03-05-2020 / inpocheparole, onefilmaweek, cinema
"Pulp Fiction" in poche parole
Nel corso degli ultimi anni un po' per gli studi accademici, un po' attraverso letture personali, un po' grazie ai corsi promossi dal Cineforum Labirinto Treviso, ho avuto modo di studiare la storia del cinema: ecco qui qualche pillola da questo viaggio intrapreso
PULP FICTION

CINEMA POST-MODERNO
“Pulp Fiction” (1994) è un film che cambia la storia del cinema facendolo entrare in un nuova fase, quella post-moderna con rappresentazioni in cui prevale la forma ai fatti.
Con questo film Quentin Tarantino crea i presupposti per plasmare le generazioni future di cineasti, regalandoci una storia dalla trama intricata, con narrazioni parallele che sembrano convergere in un unico punto.
Non è dunque così assurdo pensare che un film così rivoluzionario finisca per vincere la palma d’oro a Cannes nel 1994, nonostante la sua natura quasi indipendente.
Ma come possiamo spiegare meglio il concetto di cinema post-moderno? Il regista Alberto Negri spiega che:
“la scrittura del cinema classico era una scrittura trasparente e lo spettatore era passivo (“Nascita di una Nazione”, 1915 di Griffith, prima ancora vi era il cinema delle origini dei fratelli Lumiere);
quella del cinema moderno è opaca per svelare l’artificio del cinema e lo spettatore è attivo all’interpretazione (”Fino all’ultimo respiro”, 1960, e tutto il movimento della Nouvelle Vague ebbe il merito di dare il via a quest’epoca)
nel cinema post-moderno la scrittura e accesa e lo spettatore è sia attivo che passivo.”
Le tre caratteristiche principali del cinema post-moderno sono:
• la Contaminazione sia di generi filmici, che di cartoni animati, fumetti, pubblicità, linguaggio televisivo, riprese di archivio o di videocamere di sicurezza, videoclip musicali…l’effetto che si genera è un’estasi visiva condivisa anche con i personaggi.
Anche il montaggio così ha la giustificazione di non rispettare i raccordi del cinema tradizionale (sullo sguardo, sul movimento, sull’asse);
Tarantino pesca anche dal mondo delle Grindhouse, sale cinematografiche degli anni ’90.
• La Contingenza temporale dove i fatti non seguono più un ordine cronologico lineare, ma ci vengono mostrati simultaneamente o con un’apparente casualità;
• e infine come già detto, il fenomeno dell’accumulo altrimenti detto collezionismo o citazionismo.
STRUTTURA
Il progetto originale di questo mondo costruito ad arte da Tarantino, era quello di una trilogia di film da affidare a tre diversi registi, ma invece il risultato fu quello che conosciamo bene tutti.
Uno dei film da cui prese spunto il regista fu “Mean Streets” (1973) di Martin Scorsese, portando il contesto della malavita a livelli di eccesso e non più realistico.
Il lungometraggio “Le Iene” (1992) corrisponde a quella che sarebbe dovuta essere la prima parte di “Pulp Fiction” (1994), mentre la seconda è rimasta parte integrante del film, ovvero la storia dell’orologio d’oro (che cronologicamente parlando corrisponderebbe all’ultima parte del film). Altro capitolo è quello che ruota attorno al personaggio di Mia Wallance, infine l’ultimo racconto riguarda il macguffin della valigetta e la colazione.
Il termine “macguffin” è stato coniato da Alfred Hitchcock e indica il mezzo attraverso il quale si dà dinamicità alla trama, senza che sia necessariamente importante per la narrazione.
Ma qual è il filo conduttore che lega tutti questi eventi? C’è chi dice che sia il tema della moralità anche se raccontata da figure decisamente amorali, ma non è mai stato chiarito l’arcano. La verità è che Tarantino dice talmente tante cose che è una faticaccia stargli dietro.
Ogni sequenza di racconti viene anticipata da un prologo testuale e in “The Bonnie Situation” troviamo la narrativa per punti di vista tipica del regista che si ripresenterà anche in Jackie Brown (1997), il suo film successivo.
La sequenza del miracolo nell’appartamento viene così riproposta da una diversa prospettiva, per poi andare avanti con il racconto. Ma che poi un miracolo non è forse un intervento divino? E chi è Dio nei film se non quel regista che ci rivela esplicitamente l’artificio del film stesso mostrandocelo da un altro punto di vista? È questo il metacinema.
SCENEGGIATURA E DIALOGHI
Tarantino inizia ad appassionarsi al mondo del cinema nell’adolescenza, grazie a un lavoro come commesso in un negozio di videocassette che gli farà conoscere questo mondo in tutte le sue sfaccettature. Riesce così a crearsi un vastissimo bagaglio culturale che gli permetterà di arricchire la sua esperienza professionale.
La sceneggiatura di “Pulp Fiction” (1994) in realtà non è solo di Quentin Tarantino come compare nei titoli di testa, ma è stata scritta anche con l’amico e collega Roger Avary. Fu proprio Tarantino a chiedergli di rinunciare alla dicitura con il suo nome per favorire una pubblicità più efficace, comparendo comunque nella voce “storia di”.
L’amore del regista nei confronti dell’atto della scrittura si denota già nei primi secondi del film, dove appare un’intestazione con la definizione della parola PULP: una vera e propria “polpa” vegetale antenata della carta, ma anche un tipo di narrativa stampata a episodi nei primi del ‘900 su riviste fabbricate con una carta di scarsa qualità, come lo erano anche i racconti e le storie popolari che vi si potevano leggere.
Quentin Tarantino infatti nasce come sceneggiatore e questa sua predilezione gli fa vincere anche due Oscar.
Nel film i dialoghi sono sovrabbondanti e sembrano slegati dal contesto narrativo, ma la cosa più importante è che sono usati come mezzo per farci conoscere la psicologia dei personaggi più che la storia del film stesso.
Un esempio lampante è la citazione del passo biblico di Ezechiele 25:17 recitato tre volte da Jules: in realtà si rifà a una battuta riportata quasi parola per parola in “Karate Kiba” (1976), film di arti marziali con Sonny Chiba, altro punto di riferimento nel mondo tarantiniano. Tarantino gioca moltissimo con il rapporto occhio-orecchio, si diverte a creare dissonanze tra quello che vediamo e quello che sentiamo, riuscendo a minimizzare momenti di alta tensione con i testi e viceversa.
CITAZIONISMO E PERSONAGGI
Come dicevamo una delle caratteristiche principali del cinema post-moderno, e forse la più importante e usata da Tarantino, è il fenomeno dell’accumulo altrimenti detto collezionismo o citazionismo, ma vediamolo nel dettaglio:
• La situazione del ballo tra Mia Wallance e Vincent Vega viene presa da “Bande à Part” (1964) di Jean-Luc Godard (film preferito da Tarantino del regista), dove i due protagonisti danzano all’interno di un caffè. A sua volta questa sequenza è stata realizzata come omaggio ai film hollywoodiani di serie B tanto amati anche da Tarantino.
“A band apart” è anche il nome della casa di produzione di Tarantino, chiusa nel 2006, che prende il titolo del film di Godard e lo rende americano.
Ma non è finita qui: ve li ricordati gli iconici passi del ballo? Notate niente di strano in questo spezzone da “8 1/2” (1963) di Fellini? L’unica differenza sta nel nostro coinvolgimento: se Fellini parte da un primo piano per trascinarci lontano e farci ammirare il contesto, Tarantino si avvicina gradualmente ai ballerini, fino a catapultarci nella pista da ballo assieme a loro.
Tra l’altro questa scena in particolare contribuì a rilanciare la figura attoriale di John Travolta, e fatalità proprio nella stessa veste di Danny Zuko in “Grease” (1978).
• Vincent Vega inoltre non sarebbe altro che il fratello di Vic Vega, alias Mr. Blonde, personaggio de “Le Iene” (1992), mentre Uma Thurman quando pronuncia le parole “Volpe Forza Cinque” prima di salutarlo davanti alla porta di casa, fa un’allusione al suo futuro ruolo in quella che sarà la Squadra Assassina Vipere Mortali in “Kill Bill” (2003).
• Il personaggio del Capitano Koons fa riferimento al ruolo cinematografico di Christopher Walken ne “Il Cacciatore” (1978) di Michael Cimino, dove vestiva anche qui i panni di un reduce della Guerra del Vietnam. Grazie a lui l’oggetto-orologio quindi viene impregnato di ancor più importanza, minimizzata però dalla storia che ci spiega come l’orologio sia arrivato a lui.
Ancora una volta Tarantino gioca con l’importanza del dialogo per vanificare l’altezza simbolica del momento.
Magistrale lo stacco con ponte sonoro dal tono ironico per concludere il flashback del pugile.
• Bruce Willis, all’epoca l’unica vera star di Hollywood all’interno del cast, interpreta Butch che fuggendo in auto dopo aver ucciso Vincent Vega, finisce per incontrare lo stesso Marsellus Wallace…
Niente di simile in questa scena di Psycho (1960) tra Marion e il suo capo mentre lei fugge con i soldi?
Facciamo un altro salto: una volta liberato dalle torture Butch deve trovare un’arma per vendicarsi e salvare anche Marsellus e cosa sceglie? Ma ovviamente una katana giapponese sempre per omaggiare i film di arti marziali di Sonny Chiba.
• Il personaggio di Winston Wolf è tratto invece dal cortometraggio di Red Braddock “Curdled” (1991) dove compariva “Il pulitore” originale. Questo corto piacque talmente tanto a Tarantino che inserì nel film anche una delle attrici che vi comparivano: Angela Johnes, in “Pulp Fiction” tassista che aiuta Butch.
CURIOSITÀ
Avete mai notato che si parla spesso o addirittura si vede il bagno in tanti film del regista? Per Tarantino è uno spazio di “gestione” in cui si affrontano problemi di vario tipo e natura, non so se mi spiego ;)
Sembra che tutte le sue storie finiscano “in un bagno” (spesso e volentieri di sangue), ma alla fine troviamo sempre qualcosa di prezioso in questi film.