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10-05-2020 / inpocheparole, onefilmaweek, cinema

"Blade Runner" in poche parole

Nel corso degli ultimi anni un po' per gli studi accademici, un po' attraverso letture personali, un po' grazie ai corsi promossi dal Cineforum Labirinto Treviso, ho avuto modo di studiare la storia del cinema: ecco qui qualche pillola da questo viaggio intrapreso

BLADE RUNNER

REGIA E PRIMI APPROCCI

Ridley Scott nasce in Inghilterra nel 1937, in una famiglia dallo stampo militare. Il padre era colonnello del dipartimento di ingegneria, mentre il fratello maggiore era nel settore navale, ma nonostante questo riesce ad indirizzare i suoi studi nel campo creativo e dopo una formazione da designer al liceo, approda al Royal College of Art dove viene proiettato verso il cinema.
Visti i suoi studi e successivamente i risultati concreti nei suoi film, è evidente la sua abilità nel progettare e creare già allo stadio mentale: Scott è un architetto e costruttore di mondi.

“Boy and bicycle” (1965) segna il suo esordio, un mediometraggio in bianco e nero 16 mm che tratta il tema del passaggio dall’infanzia alla maturità: il protagonista nel giorno del suo compleanno prende la bici e in libertà attraversa i paesaggi industriali del suo quotidiano. Sono gli stessi paesaggi dell’infanzia del regista, profondamente radicati nell’immaginario e che ritroviamo in moltissimi suoi film. L’attore principale, poi, non è altro che suo fratello minore Tony Scott (collaboratore di Tarantino, morto suicida nel 2012), con il quale fonda la Ridley Scott Associated per la produzione pubblicitaria: nel 1973 ripropongono alcuni concetti di “Boy and bicycle” in uno spot, considerato in una classifica del 2002, la miglior pubblicità mai creata in Inghilterra.

Ingaggiato dalla BBC, lavora come scenografo fino al diploma e dopo la laurea viene assunto come tirocinante designer. Da questa embrionale collaborazione nasce tra le altre cose, un programma televisivo di fantascienza “Out of the Unknown”, trasmesso fino al 1971.

Clamoroso fu lo spot “1984” prodotto per la Apple per presentare il personal computer Macintosh: trasmesso un’unica volta, durante il terzo quarto del Super Bowl del 1984, è considerato una pietra miliare della cinematografia pubblicitaria
L’intera pubblicità è un evidente omaggio all’omonimo romanzo di George Orwell

Ridley Scott quindi, è un regista che ebbe un esordio e successo immediato e che, con “Alien” (1979) e “Blade Runner” (1982), viene etichettato come regista di fantascienza (anche se i generi filmici interni sono differenti).




SCENEGGIATURA

Per “Blade Runner” (1982), come per altre produzioni del regista, c’è un precedente letterario: Il film è liberamente tratto dal romanzo di Philip K.Dick “Do Androids Dream of Electric Sheep?” pubblicato per la prima volta nel 1968. Il genere fantascientifico era molto in voga quell’anno anche grazie all’uscita nelle sale di “2001: Odissea nello spazio” di Kubrick.
In Italia l libro è stato pubblicato con tre differenti titoli: nel 1971 fu intitolato “Il cacciatore di androidi”, successivamente “Blade Runner”e dopo essere stato ritradotto ha mantenuto il titolo più aderente all'originale “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”.

Inizialmente nel 1977 Scott rifiuta l’adattamento a sceneggiatura del libro, perché impegnato con la pre-produzione di “Dune” (1984), ma data la lentezza con cui stava procedendo il progetto, recide il contratto (complice anche la recente morte del fratello maggiore) passando l’incarico a David Lynch, che portò avanti la travagliata produzione.
Lynch tutt’ora lo reputa il suo peggior film, ricordando con amarezza gli anni di tormenti che sono serviti per concluderlo e, quest’anno, Denis Villeneuve che già si è occupato del sequel "Blade Runner 2049" (2017), tenterà di rappresentare degnamente anche questo “libro impossibile” rilanciandolo sul grande schermo.
Non è inoltre un caso se Sean Young, che in “Blade Runner” interpreta Rachael, compare anche in “Dune” nelle vesti di Chani.




SCENOGRAFIA

Come prima di lui aveva fatto Fritz Lang nel suo “Metropolis” (1927), egli progetta una futura (dall’anno scorso non più) Los Angeles stratificata che rispecchia la gerarchia del potere: la povertà del sottosuolo contro la ricchezza ai vertici più elevati.
Anche Scott, come Lang, ricorre alla costruzione di modellini per la riproduzione della città, senza avvalersi della tanto emergente computer grafica, con particolare dedizione della piramide della Tyrell Corportation.

La città è un miscuglio tra zone degradate dallo stile americano e orientaleggiante e la totale assenza estetica classica, contribuisce a trasmettere allo spettatore la sensazione di claustrofobia. È un film non ha solo una componente fantascientifica, ma anche noir: è il primo neonoir di un futuro che racchiude in se echi del passato.
Una scenografia simile compare anche nel suo successivo “Black Rain” (1989), dai paesaggi stranianti e quasi alieni che oscillano tra il mondo industriale e quello della fantascienza, una scenografia dalle note grottesche e biomeccaniche rimarcate in più occasioni.




TEMI

Il tema dello sguardo predomina e ci accompagna durante la visione di tutto il film: fin nei primi fotogrammi introduttivi vediamo l’immagine di un occhio, di proprietà ignota e privo di corpo, che riflette l’ambiente sul quale posa lo sguardo. È il guardare che non distingue l’umano dal non umano dei replicanti, quello che alla fine ci fa porre l’interrogativo su chi sia davvero umano.

In “Blade Runner” (1982) la figura femminile protagonista è la replicante Rachael ed è ancora una volta l’occhio il mezzo che ci fa capire la sua natura. Dalla personalità che inizialmente suggerisce passività, Rachael si rivela rappresentante di una svolta incisiva e prorompente nello scorrere degli eventi. Ella è la rivelazione rappresentata dal simbolo dell’unicorno, portatore di rinascita, incarnando inoltre il ruolo di antitesi di un film che altrimenti sarebbe visto solo da un punto di vista maschile.
È sempre con lo sguardo scrutatore che Rick Deckard esegue diligentemente il suo lavoro, ed è sempre l’osservazione accurata l’unico mezzo d’indagine per trovare gli indizi.

Nel finale ritorna evidente il tema dello sguardo, ma questa volta sono le parole a suggerircelo: per la prima volta in tutto il film intravediamo il sole sopra le nostre teste, e sentiamo rieccheggiare «I've seen things you people wouldn't believe. Attack ships on fire off the shoulder of Orion. I watched C-beams glitter in the dark near the Tannhäuser Gate. All those moments will be lost in time, like tears...in...rain. Time to die.». Infine il volo libero di una colomba.
È uno sguardo fatto di memoria e di ricordi che ci dice che alla fine di una qualsiasi esperienza, quello che rimane non è una singola reminiscenza evidente allo sguardo, ma una visione d’insieme.
La parte finale del monologo di Roy Batty "E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire" fu scritta dallo stesso Rutger Hauer subito prima di girare la scena, aggiungendo anche l’idea della colomba bianca.

Compaiono molte simbologie relative alla replicazione visiva/apparente dell’uomo come statue, manichini, bambole che sostituiscono amicizie…tutto ci suggerisce di porci l’unica domanda fondamentale: qual è la linea sottile tra l’essere e il non essere umani?




COLONNA SONORA

La colonna sonora del film è stata totalmente affidata a Evangelos Odyssey Papathanassiouu, alias Vangelis: questa soundtrack conia il gergo cyber-punk, con partiture di straordinaria suggestione che segnano il punto di congiunzione tra la musica cosmica degli anni Settanta e la new age di due decenni dopo. Vangelis rimane uno dei più celebrati compositori di musica elettronica mondiale. Con Ridley Scott collabora ancora per “1492, la conquista del Paradiso” (1992) e nel 2017, Denis Villeneuve lo ingaggia come collaboratore e autore di alcune fra le musiche originali di “Blade Runner 2049”.
Lo stesso anno lavora anche alla composizione della colonna sonora per “Missing” di Costa Gavras e nel 1994 la colonna sonora viene racchiusa in un album musicale, ben dodici anni dopo l’uscita nelle sale del film.




COLORI

Nella fantascienza recente le immagini sono spesso virate su tonalità fredde. È una scelta stilistica che racconta a colpo d’occhio un freddo allegorico: tecnologico, industriale, metropolitano o notturno. Ad affermare questa tendenza sono stati proprio i film di Scott con “Alien” (1979) e “Blade Runner” (1982). Nei linguaggi visivi contemporanei l’opposizione di caldo e freddo è tra le formule cromatiche più diffuse e popolari, perché può bastare una chiave arancione o blu per portarci dentro la storia. Ovviamente visti i presupposti tonali del primo film, Denis Villeneuve con il suo “Blade Runner 2049” (2017) ha dovuto rispettare le scelte stilistiche di Ridley Scott, regalandoci comunque immagini che rimbombano percettivamente e filosoficamente a distanza di quasi quarant’anni.




CURIOSITÀ

• La geisha sul gigantesco cartellone pubblicitario led? In sottofondo possiamo sentire la frase di uno spettacolo del teatro Nō: "Iri Hi Katamuku," il sole tramonta…è la pubblicità di una pillola anticoncezionale;

• il serpente che vediamo nel film era dell’attrice Joanna Cassidy nel ruolo della replicante Zhora, si chiamava Darling;

• Deckard spinge Rachael contro il muro per impedirle di lasciare il suo appartamento in una scena. Questa situazione non era prevista dal copione, fu Scott la suggerire l’azione ad Harrison Ford per ottenere una reazione di sorpresa da Sean Young, ma l'attore immedesimato profondamente nel ruolo, fece realmente male alla protagonista femminile riducendola in lacrime;

• La “final cut”, nonché versione diletta del regista, è quella del 2007, ma dovete sapere che ci sono altre sei versioni del film, una delle quali Scott stesso mediante voce narrante (imposta ovviamente dalla produzione), ci spiega la costruzione criptica della trama; un’altra ancora dove, dopo il finale con l’unicorno, compaiono delle riprese aeree girate e scartate per il quasi contemporaneo “Shining” (1980) di Stanley Kubrick e…un esplicito lieto fine. Riuscite a immaginare perché al regista non piacessero queste versioni?