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22-02-2021 / inpocheparole, cartoline, viaggi

"Parigi" in poche parole

In questo periodo difficile aiuta molto rivivere e riconsiderare le avventure del passato che non ho mai raccontato, leggendole e guardandole sotto una luce diversa, dunque...ecco un nuovo episodio per il format delle #cartoline!

Oh a me raga il francese è rimasto in testa dalle medie. Credo sarei in grado di parlarlo tutt’ora, quindi figurarsi la contentezza di tornare a Parigi e sfoggiare la lingua (abbasso l’inglese sempre e comunque - e gli inglesismi ancora peggio, sono radicale su questo): si era in quinta superiore, ero rappresentante di classe e spettava a me raccogliere i soldi della consueta gita di quattro giorni. Sapevamo tutti benissimo che con il prof. G (altrimenti ricordato come “iPhone 4s”) non saremmo potuti andare altro che a Parigi, quindi l’unica questione era prepararsi adeguatamente per non avere scazzi, ma come iniziare? Ovviamente andando in giro con novecento euro in contanti durante le settimane antecedenti alla partenza, estorti a tutta la classe con lecite minacce (mi chiedo ancora come faccia a sopravvivere il LAST con quest’organizzazione).

La partenza fissata al 3 dicembre 2014, poi, non era stata preceduta da mesi tranquilli (l’attentato a Charlie Hebdo, avete presente?), quindi tra mosse poco legittime e incertezze storiche, tra chi se ne è fregato e chi meno (memoro distintamente "ansiette" di una persona specifica), è andata a finire che ci siamo andati davvero a Parigi quell’anno. E con noi è venuta anche una Play Station 2.


Dopo un volo tranquillissimo per la maggior parte dei passeggeri (tranne che per A che cambiava continuamente canzoni dall’iPod - bei tempi l’iPod - per compensare una delle mille suddette "ansiette"), siamo arrivati incolumi alla topaia in cui alloggiavamo, regno delle moquette impolverate, dei sensori per il fumo e dei bagni senza bidet.
I giorni successivi sono stati un susseguirsi di gite per musei: Louvre, Foundation Louis Vuitton, Centre Pompidou, Musee d’Orsay, Musee d’Art Moderne de Paris, Fondation Le Corbusier.

Ma non siamo qui per sentire quanto fossero spettacolari i musei visti perché, diciamocelo, in quinta superiore non hai ancora la maturità per estasiarti completamente entrando in una di queste gallerie…forse ci riesci per un po’, ma poi ti ricordi di essere lontano da casa, con i tuoi compagni di rivoluzione…è normale che va a finire che ti ricordi solo delle stronzate e delle cose irrilevanti.

Tipo:

• il non aver trovato quella cazzo di statua dell’Isola di Pasqua al Louvre per poterle dire << tu scemo scemo, dare me gomma gomma >>;
• ballare dinnanzi a “La danza” in compagnia del tuo professore di Storia dell’Arte (“non ce la faccio, troppi ricordi”);
• la fierezza di P nel tornare dal mercato con il pranzo della “minima spesa, massima resa”, per poi ritrovarsi a mangiare un würstel di plastica e una torta di silicone; la Coca Cola era ok però;
• la cena schifosa a Montparnasse in quello schifoso ristorante che non sembrava affatto arabo (se esiste ancora non andateci per il vostro bene);
• il trafugare i panini dalla colazione dell’albergo perché era l’unica cosa commestibile in tutta la zona - c’è chi è andato avanti per due giorni così, sarà anche per quello che ci è venuta la febbre D?
• i mille selfie scattati perché erano la novità di quell’anno - o almeno spero fosse per quello, perché ne esistono davvero troppi di quei giorni per essere giustificati diversamente;
• le dormite ristoratrici sui divanetti dei musei, adeguatamente fotografate per poi essere riportate nei ben più recenti papiri di laurea;
• << L’ultima cosa che ricordo è che stavo usando il personaggio di Ottone >> cit. S
• la rapidissima sequenza fatta di: passeggiata andata e ritorno agli Champs Elysees, chiamata al prof. perché io, A e P ci stavamo annoiando, il pronto soccorso di G, l’arrivo al cocktail bar, la cannuccia in bocca, l’aver tenuto il portafogli in tasca per entrambi i giri;

• ritrovarsi al cospetto di Fabiola: una provocante e avvenente fanciulla dalle fattezze simili a quelle di F, con un decoltè vertiginoso e un vestito che non lasciava dubbi sull’inesistenza del suo culo - ringraziamo D per gli accessori in omaggio;
• il viaggio in metro con il prof. sbronzo, rapito per andare a vedere la Tour Eiffel illuminata;
• la rivoluzionaria compagnia di E al piano dei festaioli;
• la macchinetta usa e getta di M per le foto più importanti;
• la corsa verso il water dopo una serena Desperados da due litri COMPROMESSA da un unico shot di vodka, grazie davvero, ma non ti nominerò per l’ennesima volta diavolo tentatore (c’è una testimonianza sul mio altro profilo Instagram, ne vado parecchio fiera);
• l’allarme dell’albergo scattato alle 3:00 di notte che ha fatto comparire G ancora vestito di tutto punto in corridoio;
• la disperazione delLA prof. (si, non c’era solo un docente, come forse parrebbe dalla trascrizione) nel constatare lo stato del suo alunno S, trascinato sottobraccio per il cimitero di Père-Lachaise;
• il sapore della vera pizza dell’ultimo pranzo, mangiata guardando il Napoli giocare alla tv e P che rosicava dalla vetrina;

Il fatto più degno di nota però, mi limiterò ad enunciarlo con queste parole: “Alcune gesta meriterebbero di essere narrate in rima per la loro sacralità, ma le imprese compiute da S verranno tramandate nei secoli dei secoli ai pochi eletti…AMEN FJOROWKA!”

Quindi è andata più o meno così, e tutti felici ci siamo imbarcati sul volo di ritorno, noncuranti del fatto che il giorno dopo saremo stati tutti segati all’interrogazione sui verbi irregolari di inglese (perfino la prof. L ora la ricordo con nostalgia).


L’unica cosa che mi sento di aggiungere è: per fortuna ci sono tutti questi ricordi e per fortuna ci siete ancora tutti voi ragazzi.
P.S. Meno male che Giampaolo mi aveva fatto promettere di tornare con belle foto, così possiamo tornare qui e assieme tutte le volte che vogliamo (e tornare a imbarazzarmi per i miei capelli color ruggine).