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07-06-2020 / inpocheparole, onefilmaweek, cinema

"La dolce vita" in poche parole

Nel corso degli ultimi anni un po' per gli studi accademici, un po' attraverso letture personali, un po' grazie ai corsi promossi dal Cineforum Labirinto Treviso, ho avuto modo di studiare la storia del cinema: ecco qui qualche pillola da questo viaggio intrapreso

LA DOLCE VITA

REGIA

Federico Fellini è talmente importante nella narrazione dell’Italia da essere diventato un aggettivo. Rimini e Roma gli sono bastate per capire e narrare il carattere del nostro Paese, ma nonostante la scarsità di luoghi geografici interessati, Fellini è il primo regista che riesce ad uscire dallo scema di Cinecittà, arrivando dalle province all’estero (solo nella scelta degli attori non si limitava all’Italia, per esempio nel cast de “La dolce vita” (1960) oltre alla memorabile Anita Ekberg troviamo molti altri volti esteri).

“L’Italia non mi pare che esista come nazione. In effetti ci sono tantissimi tipi di italiani, c’è una componente comune, l’essere italiano, che non si riferisce ad una nazionalità. Essere italiano è qualcosa di molto labirintico, di molto complicato, che più che a una nazionalità precisa penso si riferisca a un modo di essere, a una psicologia, a un atteggiamento. Atteggiarsi mi sembra che sia la caratteristica principale di noi italiani, cioè apparire, figurare; infatti si dice “Non farmi sfigurare”. Mi sembra che essere italiano voglia significare soprattutto essere qualcuno in maschera, qualcuno che sta recitando. C’è anche una giustificazione in questo fatto di apparire, cioè di apparire agli altri. Mi ricordo che da ragazzino sono sempre stato invitato a fare qualcosa per un altro, mi dicevano: <<Fallo per papà. Fallo per la mamma, fallo per il preside, fallo per il buon nome, fallo per il duce, fallo per il Papa, fallo per sant’Antonio>>. Non mi sono mai sentito dire: “Fallo per te”, non ho mai sentito questa frase che richiamasse a un preciso senso di responsabilità individuale, c’è sempre stato un invito ad apparire per gli altri, e quindi veramente un condizionamento psicologico profondo, antico”

Federico Fellini da “Dizionario Intimo”, riflessione su “Italia”


All’interno del suo cinema ha saputo mescolare lo spettacolo popolare con le più raffinate suggestioni della cultura psicanalitica europea, calando lo spettatore in un mondo immaginario di feste, circo e divertimento. Ciò è una conseguenza dell’interesse che aveva nei confronti della filosofia di Jung:

“Ciò che ammiro sconfinatamente di Jung è l’aver saputo trovare un punto d’incontro tra scienza e magia, tra razionalità e fantasia: il consentirci di attraversare la vita abbandonandosi alla seduzione del mistero con il conforto di saperlo assimilabile alla ragione. È l’ammirazione che si prova per il fratello più grande, per chi sa più di te e te lo insegna. Di Jung ammiro e invidio l’onestà incrollabile alla quale non è mai venuto meno. Eppure Jung mi sembra che non sia amato né ammirato come dovrebbe: l’umanità ha avuto nel nostro secolo un tale compagno di viaggio per circondarlo, nella maggior parte dei casi, di una diffidenza stolida.”

Federico Fellini da “Dizionario Intimo”, riflessione su “Jung”


Altro grosso punto di riferimento, come traspare in molti suoi film come “La strada” (1954), è il cinema mimico di Charlie Chaplin.




SOGNI E IMMAGINI

Federico Fellini si forma inizialmente come caricaturista di fumetti e giornalista, per poi avventurarsi per i sentieri del cinema arrivando al ruolo di aiuto regista ed infine autore. Il disegno però avrà sempre un ruolo fondamentale nella concretizzazione dei suoi lavori, perché è il mezzo che gli consentiva di avere il controllo totale sull’idea.

Attraverso il disegno egli riversava le immagini più recondite della sua mente su carta, delineando modelli psicologici dei personaggi che poi appariranno nella realtà attraverso le sue pellicole…

”È un modo per cominciare a vedere i film in faccia, per cominciare ad abitare in maniera fisica con i personaggi, cominciare a mettermeli intorno”:

La figura della donna fertile e prosperosa che compare nei suoi film, qui ovviamente viene caratterizzata nella sua forma originale e primordiale. Fellini raccontava di un sogno fatto quando aveva circa 15 anni in cui una gigantessa uscendo dall’oceano lo traeva in salvo dalle onde del mare: ecco svelato il motivo della ricorrenza dell’immagine del mare felliniano che rivedremo nel finale de “La dolce vita” (1960).

Federico Fellini decise di ingaggiare Anita Ekberg dopo un’intervista totalmente improvvisata, in cui le risposte dell’attrice non potevano essere che sincere in quanto non precedentemente preparate…ma poco importava perché incarnava perfettamente il modello che aveva già prefigurato regista.

“Quel senso di meraviglia, di stupore rapito, di incredulità che si prova davanti alle creature eccezionali come la giraffa, l’elefante, il baobab, lo riprovai qualche anno più tardi quando nel giardino dell’Hotel de la Ville la vidi avanzare verso di me preceduta, seguita, affiancata, da tre o quattro ometti: il marito e gli agenti, che sparivano come ombre attorno all’alone di una sorgente luminosa. Sostengo che la Ekberg, oltretutto, è anche fosforescente. Voleva sapere del copione, se il personaggio era positivo, chi erano le altre attrici, e intanto beveva un bicchiere di quei cocktail pieni di colori, bandierine, pesciolini, e parlava con una vocina da bambina raffreddata che la rendeva ancor più sconvolgente. Mi sembrava di scoprire le idee platoniche delle cose, degli elementi, e in totale rincoglionimento mormoravo, fra me e me << Ah, ecco, questi sono i lobi delle orecchie, queste sono le gengive, questa è la pelle umana>>.”

Federico Fellini da “Dizionario Intimo”, riflessione su “Anita”


“Marcello. Il caro, bravissimo Marcello; l’amico fedele, devoto, saggio; un amico così si trova soltanto nei racconti degli scrittori inglesi. Io e Marcello ci si vede pochissimo, quasi mai.
Forse è anche questo uno dei motivi della nostra amicizia, un’amicizia che non pretende, non obbliga, non condiziona, non stabilisce regole e confini.
Una vera, bella amicizia basata su di una sana sfiducia reciproca.
Lavorare con Marcello è una gioia: delicato, disponibile, intelligente, entra nei personaggio in punta di piedi, senza chiederti mai nulla, senza nemmeno aver letto il copione. Si lascia truccare, vestire pettinare, senza fare obiezioni, domandando solo le cose strettamente indispensabili; con lui è tutto morbido, pacato, disteso, naturale, una tale naturalezza che gli può permettere a volte di dormire duramente le riprese dove lui è in scena, magari in primo piano.”

Federico Fellini da “Dizionario Intimo”, riflessione su “Marcello”




DIZIONARIO INTIMO

“L’ho sempre visto come una mascherina italiana, uno Stenterello sottoproletario, orfano, vinto. Anche la sua inesauribile, ostentata allegrezza, quell’aria festosa da cockerino impazzito che vuol subito giocare, fare il buffone, corteggiare tutte le donne, mi faceva pensare a un modo per nascondere gelosamente una parte di se stesso imprigionata e triste
(…) Roberto non è soltanto un attore comico, dotato, è anche un autentico umorista, e la sua cronica ebrezza, il suo delirio, coinvolgono chiunque a fargli da spalla, ad assecondarlo, a sollecitare nuove battute.”

Federico Fellini da “Dizionario Intimo”, riflessione su “Roberto Benigni”

“Ha la levità di un sogno, di un’idea. È un’attrice dalle movenze e dalle cadenze clownesche. Ha gli stupori, gli sgomenti, le improvvise esplosioni di allegria, ma anche gli altrettanto improvvisi rattristamenti di un clown. Per questo fu l’interprete ideale di “La Strada”.

Nelle sue raccolte di immagini la moglie Giulietta Masina è l’unica che viene dipinta sempre con candore e con rispetto, a detta di Fellini non avrebbe mai fatto altrimenti nemmeno nei meandri del suo inconscio, figurarsi nei confronti della piccola Gelsomina o di Ginger.

Giulietta è a un tempo una donna semplice ed estremamente ambigua. È un tipico esemplare del suo segno astrologico. Tutti i pesci hanno questa duplicità di fondo. Per un verso era felice di lavorare con me, per un altro recalcitrava, opponeva resistenza, faceva capricci.”

Federico Fellini da “Dizionario Intimo”, riflessione su “Giulietta”

Come si sarà capito anche la scrittura era una parte fondamentale nell’arte di Federico Fellini, profondamente legato a figure in grado di ispirarlo e condizionare il suo essere:

“Vincenzone, un caro amico di cui ti puoi fidare, un compagno di banco, una presenza rassicurante. Per “Viaggio a Tulum”, insieme con Vincenzo Mollica, settimana dopo settimana, appuntavamo le avventure dell’intrepido e sconsiderato gruppetto di esploratori, sostituendo i personaggi del racconto originale con altri inventati per la nuova versione, mentre Manara disegnava con un ritmo febbrile. Poi tutti e tre insieme si faceva merenda…”

Federico Fellini da “Dizionario Intimo”, riflessione su “Vincenzo Mollica”


"Il suo sorriso buono, gli occhi radiosamente celesti e la frangetta di capelli da cherubino, gli mancava solo la trombetta dorata. Le matite, gli inchiostri di china, le mezzetinte, i pennelli dell’amico Manara, sono l’equivalente delle scenografie, dei costumi, delle facce degli attori, degli arredamenti e delle luci con i quali racconto le mie storie ne film.”

Federico Fellini da “Dizionario Intimo”, riflessione su “Milo Manara”




LA DOLCE VITA DI ROMA

“La dolce vita” (1960) è il film che consacra Federico Fellini come regista di successo e fama mondiale, in cui racconta con minuzia e acutezza una metropoli mondana, caotica e corrotta con un linguaggio nuovo, che troveremo nuovamente in “8 ½” (1963) in una poetica di estrema ispirazione tra realtà, ricordo e fantasia. Si attribuisce l’aggettivo “cerniera” a queso film, perché segna il passaggio decisivo ad una fase definitiva della ricerca del regista.

“Quando ho fatto “La dolce vita”, non pensavo minimamente di fare il castigatore dei costumi, tanto è vero che il titolo del film è diventato vagamente moralistico, stigmatizza un certo modo di vivere che avrebbe a che fare con un vivere irresponsabile. Non volevo affatto dargli questa intenzione, volevo fare una storia drammatica, un po’ sciagurata, di qualcuno confuso, incerto, nevrotico, che confondeva sentimenti e sensazioni alla ricerca di qualcosa di estremamente vago, e nonostante questo suo peregrinare in dimensioni di disgusto, di nevrosi, di sconcerto, era comunque risucchiato in un’atmosfera di grande, smemorante dolcezza. Ecco, il titolo originario del fil era: nonostante tutto la vita ha una sua profonda misteriosa dolcezza, cioè viviamo in un mondo brutale, terrificante, ma anche splendido, seducente, divino."

Federico Fellini su “Dolce Vita”.


Film girato a partire da una sceneggiatura “improvvisata” e progressivamente abbandonata in corso d’opera, “La dolce vita” (1960) ci racconta di Via Veneto, luogo d’incontro dell’élite che in quel periodo plasmava culturalmente e socialmente la città: una Via come palcoscenico sulla “dolce” vita di Roma.
È una pellicola che parla di una crisi generalizzata di Roma, dell’Italia, del presente mondiale, un film basato sulle impressioni, sulle sensazioni e sull’emotività, piuttosto che su un racconto classico o storico, in un affresco d’immagini spesso liberamente erotiche.

“Roma è un pianeta misterioso, che trascina con sé ogni cosa, che si arricchisce e si nutre del proprio sfacelo. (…) Roma resta madre ideale, madre che non ti obbliga a comportarti bene. Anche la frase molto comune << Ma chi sei? Non sei nessuno!>> è confortante. Perché non c’è solo disprezzo, ma anche una carica liberatoria. Non sei nessuno, quindi puoi anche essere tutto. Tutto può ancora essere fatto. Si può partire da zero.”

Federico Fellini da “Dizionario Intimo”, riflessione su “Roma”




TEMI E CARATTERIZZAZIONE DELLA RELIGIOSITÀ

“La dolce vita” (1960) tratta del tema dell’apparire, del mostrare puro e semplice, unito a quello della mancanza di comunicazione sia da parte del protagonista che da tutti i personaggi che lo circondano, che non a caso non parlano un’unica lingua (oltre all’inglese, all’italiano francesizzato o con un’intonazione tipica dell’est Europa, vi è anche un uso evocativo del dialetto romano che tornerà ancestralmente anche in “8 ½”, 1963).
Un’incomunicabilità visibile già dai primi minuti del film quando Marcello prova parlare del perché si sta trasportando una gigantesca rappresentazione di Cristo sopra la città…la domanda che ci si pone è semplice: è un evento che rappresenta un’iniziale benedizione o una desacralizzazione di un’icona?
La difficoltà nel comunicare, è un problema che tornerà a presentarsi fino alla fine anche se dal punto di vista opposto, come a chiudere un cerchio narrativo che non è variato nel corso della pellicola. Mentre Marcello prova a capire quello che dice Paola (ragazza piena di grazia e dignità come la Giulietta/Gelsomina disegnata da Fellini e descritta dallo stesso Marcello come una bellezza angelica), sentiamo di sottofondo il mare.

“È commovente e misterioso, è traditore e accogliente, non te ne puoi fidare un secondo, e tuttavia troppo spesso gli si affida ciecamente. È un mare-donna. Più forte degli uomini che lo solcano. Più forte della loro diffidenza.”

È un mare misterioso che ci regala l’ennesimo evento inaspettato e grandioso del film: la comparsa di un mostro marino, anch’egli in grado di guardare negli occhi e nel cuore del protagonista, diventato anch’egli consapevolmente un mostro. "Chi lotta con i mostri deve guardarsi di non diventare, così facendo, un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l'abisso scruterà dentro di te." diceva Nietzsche (il fatto rappresentato poi si rifà a un avvenimento storico del 1800 del quale vennero fatte illustrazioni).
Acqua che compare in un altro momento simbolico-religioso desacralizzante, la scena del battesimo di Marcello nella Fontana di Trevi. Con uno sguardo limpido e amorale il regista ci regala una sequenza iconica, girata in parte dal vivo e in parte con l’uso dei trasparenti per creare un’alternanza percettiva tra realtà e sogno, simbolo stesso dell’avventura che sta vivendo Marcello: da questo momento la sua vita precipiterà vorticosamente negli avvenimenti.

È un film che oscilla tra il sacro e il profano, soprattutto nell’evidenza dell’episodio di fanatismo collettivo al centro del film, quello del miracolo della Vergine Maria. A quel punto del film, Marcello è già scettico e disilluso nei confronti sia delle apparizioni divine, che di tutta la religiosità di Roma.
Marcello è un protagonista quasi passivo alle vicende, inerme perfino al microcosmo femminile che gravita attorno a lui e che finisce per annientarlo ogni volta: le vuole tutte, ma non ne avrà mai nessuna veramente. Perfino Maddalena, che pare a lui infinitamente devota come lo era la biblica figura originale, lo abbandonerà.
Sono donne che suggeriscono il tema del rapporto con la madre, donne che incarnano tutte le madri nonostante la loro profonda diversità, anche se Sylvia è colei che per eccellenza le rappresenta tutte, come viene evidenziato in questa scena

"Tu sei tutto! [...] Sei la prima donna del giorno della Creazione. Sei la madre, la sorella, l'amante, l'amica, l'angelo, il diavolo, la terra, la casa”,

battuta dove compaiono nuovamente riferimenti religiosi.
Fa capolino tra le figure anche quella del padre di Marcello, che allo stesso modo viene investito di un ruolo religioso allo stesso modo che per le donne, solo che forse rappresenta qualcosa di un po’ diverso: il pentimento. Ma forse più di lui è Steiner il Padre, imperscrutabile e distante, ma un punto di riferimento travagliato dal dolore.

Tornando al tema dell’apparire, portiamo un divertente esempio di forzatura: il personaggio di Paparazzo è l’estremizzazione del concetto stesso di “mostrare” e avrà il privilegio di coniare l’omonimo termine che indica i fotografi scandalistici nel vocabolario americano.




ALTRI PENSIERI

Come avrete notato, questa volta mi sono affidata molto di più alle parole che ci ha lasciato il regista, sia perché che le avevo a disposizione, ma soprattutto perché non me la sento di parlare di Fellini con leggerezza, essendo un individuo che ritengo “intoccabile”. Procedo quindi con citarvi qualche altro pensiero rilevante:

“Che significa Cinecittà? Cinecittà è la mia casa. Quando mi domandano <<In che città vorrebbe vivere?>> io non dico Parigi o Londra, mi viene naturale rispondere Cinecittà, perché ha proprio la topografia ideale per un uomo come me. Cinecittà mi piace in quanto è il primo stabilimento cinematografico che ho visto nella mia vita, quando sono venuto a Roma e facevo il giornalista. Ed era come il Paese dei Balocchi per Pinocchio, quindi Cinecittà è rimasta per me legata a quella prima impressione di mondo irraggiungibile, magico, di cui leggevo da ragazzetto in provincia sui giornaletti tipo “Cinemagazzino” o “Film”.”

Federico Fellini da “Dizionario Intimo”, riflessione su “Casa”


“Fin dal primo film mi sono rifiutato di usare la parola fine, forse ubbidendo a quell’antico senso di delusione, di fastidio, e di irritazione che provocava in me quando andavo al cinema da ragazzino. Significava che era finita la festa, che bisognava tornare a fare i compiti. Mettere la parola fine mi sembrava anche una violenza contro i personaggi della storia. Sono personaggi che hai cervato di rendere verosimili, più vitali possibile, e che continueranno a vivere all’insaputa dell’autore. Quindi da “lo sceicco bianco” a “I vitelloni”, fino agli ultimi film, mi piace immaginare che i personaggi delle mie storie continuino - magari incontrandosi e presentandosi - a camminare in un corteo, continuando a vivere il seguito delle loro avventure.”

Federico Fellini da “Dizionario Intimo”, riflessione su “Fine”




LIBRI DI RIFERIMENTO

• “Dizionario Intimo per parole e immagini”, a cura di Daniela Barbiani, nipote di Federico Fellini (2019);

• “Fare un film” di Federico Fellini (1980);

• “Sotto il segno di Federico Fellini” di Paolo Fabbri (2019);

• “Glossario Felliniano, 50 voci per raccontare Federico Fellini il genio italiano del cinema” di Gianfranco Angelucci (2019);

• “L’italia secondo Fellini” - collana di pensieri radicali diretta da Goffredo Fofi (2019);

• “Il libro dei sogni” con le tavole illustrate e i disegni originali di Federico Fellini.